Patologia mammaria
Martedì, 11 Aprile 2017
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Carcinoma duttale in situ della mammella: il significato del boost

A cura di Fabio Puglisi

Tra i vari significati del termine inglese “boost” vi sono quello di “spinta” intesa come aiuto e quello di “sovralimentazione” per aumentare la potenza. Entrambi calzano a pennello se si pensa al valore del boost nel trattamento radiante del carcinoma duttale in situ della mammella. Dopo chirurgia conservativa e radioterapia, l’aggiunta del boost sul letto tumorale (una sovradose di radioterapia) aiuta a migliorare il controllo locale.

Moran MS, et al. Association of Radiotherapy Boost for Ductal Carcinoma In Situ With Local Control After Whole-Breast Radiotherapy. JAMA Oncol 2017 [Epub ahead of print].

 

I dati sul boost di radioterapia (RT) nel trattamento del carcinoma duttale in situ (DCIS) della mammella, fino a oggi, erano per lo più estrapolati dagli studi sul carcinoma invasivo.

Lo studio oggetto dell'oncotweet cerca di rispondere al quesito sul valore del boost analizzando un'ampia casistica di pazienti con DCIS. 

Disegno: Analisi retrospettiva su dati individuali di pazienti da 10 istituzioni accademiche negli Stati Uniti, in Canada, e in Francia nel periodo compreso tra gennaio 1980 e dicembre 2010.

Popolazione: Tutte le pazienti avevano una diagnosi istologica di DCIS (assenza di microinvasione), erano state sottoposte a chirurgia mammaria conservativa, e avevano ricevuto la radioterapia complementare su parenchima mammario residuo con o senza l’aggiunta del boost sul letto tumorale. Era richiesto un follow-up minimo di 5 anni.

Analisi: In considerazione della bassa incidenza di eventi dopo trattamento radiante sulla mammella, è stata condotta un’analisi a priori per stimare il sample size (numero di casi di DCIS) necessario al fine di evidenziare un eventuale beneficio dal boost.
Calcolo del sample size: con un rapporto di pazienti trattate con la dose boost rispetto alle pazienti non trattate 2:1; α = .05; potenza = 80% è stato stimato che fossero necessari 2982 casi per evidenziare una differenza pari al 3%. L’analisi finale ha incluso 4131 pazienti (2661 trattate con boost e 1470 non trattate) con un follow-up mediano di 9 anni e una dose mediana di boost pari a 14 Gy.

Misura di outcome: recidiva mammaria ipsilaterale.

L’analisi ha incluso 4131 pazienti (età mediana 56.1 anni; range, 24-88 anni).

Il boost radioterapico è stato somministrato con maggiore frequenza in presenza di margini chirurgici positivi, stato recettoriale non noto, presenza di necrosi comedonica.

Nell’intera coorte, il boost è risultato significativamente associato con una minore incidenza di recidiva mammaria ipsilaterale (hazard ratio [HR], 0.73; 95% IC, 0.57-0.94; P = 0.01) e con una maggiore probabilità di sopravvivenza libera da recidiva a 5 anni (97.1% vs 96.3), a 10 anni (94.1% vs 92.5%) e a 15 anni (91.6% vs 88.0%).
In analisi multivariata, il boost è rimasto significativamente associato a una ridotta incidenza di recidiva locale indipendentemente dall’età e dall’impiego di tamoxifen (HR 0.68; 95% IC, 0.50-0.91; P = 0.01).

In pazienti con carcinoma intraduttale della mammella e con aspettativa di vita >10-15 anni, l’aggiunta del boost di terapia radiante sul letto tumorale determina un incremento del controllo locale dopo chirurgia conservativa e radioterapia.

L'analisi ha il limite principale di essere retrospettiva e, in alcuni sottogruppi (es. casi con margini chirurgici positivi), il campione è limitato. Fatte salve queste considerazioni, i risultati sono convincenti e derivano dalla casistica più numerosa mai analizzata riguardo al ruolo del boost nel DCIS. Da notare che l'entità del beneficio osservato è simile a quella documentata con l'uso del boost nelle forme invasive di carcinoma mammario.