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L'aspirina protegge dai tumori del fegato?

Uno studio di coorte arruola oltre 130.000 soggetti (poi seguiti per un ventennio) e sembra confermare l'ipotesi della riduzione del rischio di sviluppare epatocarcinoma per chi utilizza regolarmente aspirina. Tutto vero anche nell'epoca delle terapie antivirali?

Simon TG, et al. Association Between Aspirin Use and Risk of Hepatocellular Carcinoma. JAMA Oncol. 2018 Oct 4. Epub ahead of print

Anche su Oncotwitting, abbiamo in altre occasioni affrontato il tema della chemioprevenzione con aspirina (cfr Da ex amica del cuore a molto di più: l'aspirina e i suoi effetti antitumorali), in particolare per neoplasie gastrointestinali.

Studiare le possibili vie per ridurre l'incidenza di una delle maggiori cause di morte per tumore nella popolazione ondiale è certamente un alto obiettivo: l'epatocarcinoma, infatti, è spesso diagnosticato in una fase avanzata e la sopravvivenza mediana in questi pazienti è di poco superiore ai 12 mesi nonostante nuove molecole si stiano affacciando alla pratica clinica.

Lo studio muove i passi da una mole di dati sperimentali che dimostrano come l'infiammazione cronica possa determinare e accelerare la trasformazione delle cellule epatiche; questo meccanismo è tipico della steatoepatite grassa non alcolica (NAFLD), che precede la genesi di HCC nel parenchima epatico non infettato da virus epatotropi o esposti a danno cronico da alcool. Tuttavia, non è noto quale se e quale sia la dose di anti infiammatori che possa proteggere e interrompere il processo.

Lo studio recentemente pubblicato ha l'obiettivo di verificare la correlazione tra l'esposizione a aspirina (dose di 335 mg). I dati clinici sono stati estratti da due enormi studi di coorte prospettici (il Nurses' Helath Study, NHS, e il Health Professional Follow-up Study). Il primo iniziato nel 1976, il secondo avviato nella metà degli anni 80. Insieme, i due studi hanno arruolato oltre 130.000 soggetti seguiti per circa un quarto di secolo, fino al 2012. I soggetti che dai questionari somministrati non fornivano informazione sull'utilizzo di acido acetilsalicilico per patologia benigna non erano inclusi in questa analisi. Il disegno statistico prevedeva modelli di regressione logistica e analisi multivariata per stabilire incidenza e HR di rischio di evento (diagnosi di HCC) per definire la correlazione tra la diagnosi e l'uso del farmaco. L'assunzione settimanale di aspirina (dose singola o cumulativa pari a 325 mg) era categorizzata in: <0.5; 0.5-1.5 dosi; 1.5-5 dosi; oltre 5 dosi.

 

Il tempo di follow up dei 133.371 participanti (età mediana per le donne era 62 anni, per gli uomini 64 anni) allo studio è stato di 26 anni, equivalente a 4.232.188 persone per anno.

I soggetti che regolarmente usavano aspirina (almeno due dosi/settimana) avevano una netta riduzione del rischio di essere diagnosticati di epatocarcinoma (adjusted HR, 0.51; 95% CI, 0.34-0.77) rispetto alla categoria di riferimento, costituita da chi utilizzava meno di 0.5 dosi/settimana. Questo beneficio sembrava inoltre correlato con la dose settimanale consumata (p per il trend 0.006), con un HR di 0.87 (95% CI, 0.51-1.48) per chi consumava fino a 1.5 dosi standard/settimana, 0.51 (95% CI, 0.30-0.86) per chi ne utilizzava tra 1.5 e 5, e HR di 0.49 (95% CI, 0.28-0.96) per chi ne utilizzava almeno 5.

Inoltre vi era una correlazione con il tempo di utilizzo: il decreemnto del rischio era associato all'uso di almeno 1.5 dosi di aspirinia settimanali per alemno 5 anni (adjusted HR, 0.41; 95% CI, 0.21-0.77)

Contrariamente ai consumatori di aspirina, chi utilizzava antiinfiammatori non sterioidei differenti dall'acido acetilsalicilico non sembrava avere alcuna riduzione del rischio di sviluppare neoplasia primitiva epatica (adjusted HR, 1.09; 95% CI, 0.78-1.51).

Lo studio prospettico e osservazionale nordamericano suggerisce in un setting non randomizzato il potenziale beneficio dall'uso di aspirina nel ridurre il rischio di HCC in soggetti cirrotici e non, sebbene non sia del tutto chiarito il meccaniosmo di interferenza con l'epatocarcinogenesi. La riduzione del rischio - che arriva fino al 50% - sembra dipendere dalla quantità di aspirina assunta e dal tempo in cui l'assunzione è stata continuata.

Nonostante questo incontrovertibile dato, va ricordato che il numero assoluto di nuove diagnosi di HCC era limitato; l'assunzione di aspirina poteva avvenire per iniziativa del soggetto; non erano raccolti dati sull'utilizzo di statine. Inoltre, va sempre tenuto in considerazione il delicato rapporto rischio/beneficio per l'uso a lungo termine dell'aspirina, che rimane controindicata in presenza di ulcera peptica, sanguinamento recente, diatesi emorragica, e necessita una attenta disamina dei possibili fattori di rischio emorragico soprattutto in pazienti cirrotici.

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