Patologia genito-urinaria
Venerdì, 24 Aprile 2020

Recidiva platino-sensibile di carcinoma ovarico: verso un nuovo standard?

A cura di Giuseppe Aprile

Uno studio randomizzato internazionale ha confrontato per la recidiva platino-sensibile un regime standard (carboplatino, gemcitabina e bevacizumab) vs il trattamento sperimentale (carboplatino, doxorubicina liposomiale e bevacizumab). Pubblicati i risultati di efficacia.

Pfisterer J, et al. Bevacizumab and platinum-based combinations for recurrent ovarian cancer: a randomised, open-label, phase 3 trial. Lancet Oncol 2020, epub ahead of print Apr 16.

Al momento della recidiva platino-sensibile del carcinoma ovarico, si aprono diversi possibili scenari.

Da un lato, per pazienti non candidate al trattamento con bevacizumab, lo studio CALYPSO (J Clin Oncol 2010 e Ann Oncol 2012) ha dimostrato che la combinazione di carboplatino e doxorubicina liposomiale si è dimsotrata superiore al carbotaxolo in termini di PFS (HR 0.82, + 2 mesi) sebbene non impattasse in modo significativo sulla sopravvivenza overall. Dall'altro, nelle donne candidate a terapia con bevacizumab, lo studio OCEANS (J Clin Oncol 2012) e il GOG 213 (Lancet Oncol 2017) hanno dimostrato in modo concorde la superiorità in termini di PFS e risposte della combinazione tra chemioterapia e bevacizumab rispetto alla sola chemioterapia, sebbene solo nel secondo vi fosse un vantaggio (non significativo) anche in OS.

Gli autori, presentano ora i risultati dello studio AGO/OVAR2.21, uno studio internazionale, randomizzato, in aperto, condotto in oltre 150 centri. Nel trial erano arruolate pazienti con prima ricaduta di malattia dopo almeno sei mesi dal termine di una prima terapia a base di platino, con malattia misurabile o non misurabile, ECOG PS 0-2 e aspettativa di vita di almeno tre mesi. Tra i fattori di stratificazione vi erano il tipo di platino-sensibilità (se durata del PFI di 6-12 mesi, sensibilità intermedia; se oltre 12 mesi, sensibilità completa), malattia residua e la precedente esposizione a bevacizumab durante la prima terapia medica. Endpoint prmario dello studio era la PFS stabilità dall'investigatore con RECIST 1.1.

Vi erano inoltre una serie di endpoint secondari tra i quali la sopravvivenza overall, la PFS biologica determinata con la variazione del Ca 125, la qualità di vita, la safety e la tollerabilità del trattamento.

Oltre al bevacizumab, le pazienti ricevevano nel braccio standard carboplatino AUC4 + gemcitabina 1000 mg/mq gg1, 8 q21 e in quello sperimentale carboplatino AUC5 e doxorubicina liposomiale 30 mg/mq ogni 4 settimane. In entrambi i bracci dello studio, dopo il termine della terapia di combinazione, proseguiva fino alla progressione il mantenimento con il solo antiangiogenico alla dose di 15 mg/Kg ogni 3 settimane.

Sono state arruolate 682 pazienti, 345 assegnate al braccio sperimentale e 337 a quello standard. I dati sono stati presentati dopo un follow-up mediano di 12.5 mesi.

La grande maggioranza delle pazienti incluse avevano PS 0-1 (98% in entrambi i bracci), con età mediana 62 anni. Poco meno della metà delle donne, in entrambi i bracci, erano state precedentemente esposte a bevacizumab e nel 70% dei casi il PFI era stato superiore ai 12 mesi.

Il vantaggio in PFS mediana è stato di poco inferiore ai due mesi. La PFS mediana, infatti, è stata di 13.3 mesi nel braccio sperimentale (95%CI 11.7-14.2) vs 11.6 mesi in quello standard (95%CI 11.0-12.7), con un HR di 0.81, 95%CI 0.68-0.96, p=0.012. Il vantaggio in PFS si manteneva anche nella analisi secondaria per sopravvivenza overall (+ 4 mesi in mOS, HR 0.81).

Peccato l'analisi di sottogruppo non sia corredata delle p per i test di interazione.

Gli eventi eventi avversi seri sono stati del tutto sovrapponibili tra i due bracci di trattamento: 10% nel braccio sperimentale vs 9% in quello standard, come anche le morti relate alla terapia (circa 1%).

 

Lo studio dimostra come la combinazione del regime chemioterapico di carboplatino e doxorubicina liposomiale con l'antiangiogenico possa essere considerato un nuovo standard, con un beneficio in PFS mediana discreto ma non entusiasmante, sebbene indipendente dal precedente trattamento antiangiogenico (completando quindi le osservazioni portate dal MITO-16b).

Tuttavia, lo studio non prevedeva informazioni su BRCAness (che porebbe costituire un fattore di sbilanciamento tra i bracci) ed era stato disegnato e condotto in un momento storico in cui il mantenimento con PARP inibitori (olaparib, niraparib, rucaparib) non era previsto. La popolazione inclusa nel trial, infatti, potrebbe essere presto non più attuale considerato il cresecente utilizzo di PARP inibitori upfront anche in combinazione all'antiangiogenico.

E' bene inoltre considerare con grande prudenza i dati riportati sulla sopravvivenza, sia perchè il trial non aveva sufficiente potenza per questo endpoint secondario, sia per i potenziali sbilanciamenti nei trattamenti ricevuti in postprogressione.